di Francesco Gesualdi.

La proposta dei Saturdays for Future, i Sabati per il Futuro, è una richiesta forte di passare dall’indifferenza all’I care, dalla passività alla cittadinanza attiva, dalla fatalità all’assunzione di responsabilità. È la sveglia per ricordarci che i sistemi non stanno in piedi da soli, ma col contributo di ciascuno di noi; e se da una parte ciò ci carica di responsabilità, dall’altra ci fa capire il valore politico della coerenza. Ci fa capire che la politica non si fa solo nella cabina elettorale o nelle manifestazioni di piazza. La politica si fa in ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all’edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa...

di Arturo Di Corinto.

Alcuni paesi hanno messo al bando piatti, bicchieri e cannucce di plastica, perfino i cotton-fioc, per ridurre l’inquinamento planetario. Verrebbe da dire “troppo poco, troppo tardi”, soprattutto se consideriamo che Trenitalia regala ai clienti di prima classe una bottiglietta di plastica che verrà buttata a fine viaggio e che ad ogni spesa al supermercato compriamo in media due buste che invece di distruggersi in 400 anni ce ne metteranno cinquanta. Però almeno se ne parla. Ciò di cui non si parla è invece l’inquinamento prodotto dalle plastiche e dai metalli dei telefonini. Ce ne sono quasi 6 miliardi nel mondo e in media vengono cambiati ogni 18 mesi. Dove vanno a finire i vecchi smartphone? Nel migliore dei casi in discarica. Qualche volta sono ricondizionati, ma la filiera è lunga, il procedimento costoso, gli acquirenti pochi. E tuttavia non è solo un problema di inquinamento...

di Maria Rita D'Orsogna, Fisico e docente all’Università statale della California.

La sua strategia di comunicazione con cui mostrarsi azienda amica dell’ambiente, riempiendo di soldi grandi giornali e tv, è martellante e senza confini. Eppure nella lista delle aziende che nel mondo emettono più CO2 è addirittura al trentesimo posto, dopo multinazionali come ExxonMobil, Shell, BP e Chevron. Avete capito di chi parliamo?...

di Guido Viale*.

Nella ricorrenza, troppo spesso puramente formale, della “Giornata della Terra”, possiamo considerare un grosso passo avanti il fatto che il movimento ormai mondiale Fridays for Future, cresciuto intorno alle comparse mediatiche di Greta Thunberg, insieme al più recente Extinction Rebellion, abbiano posto all’ordine del giorno del pubblico – in gran parte tenuto all’oscuro da media, politici e accademia della gravità e dell’urgenza del problema, soprattutto in Italia – il tema dei cambiamenti climatici, ormai prossimi a una deriva irreversibile e catastrofica per la vita umana sul nostro pianeta. Una specie di “lettera rubata” del nostro tempo che, come quella del racconto di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché ce l’abbiamo davanti a noi.

“Non c’è più tempo”: mancano pochi anni al punto di non ritorno: dodici per gli scienziati dell’IPCC, solo cinque per James Anderson che analizza l’evoluzione dei ghiacci sulla Terra. L’umanità tutta, i suoi governi, il suo establishment, i suoi membri arrivano completamente impreparati a questa scadenza, nota da decenni. Non è “l’inerzia” dei governi il nostro principale nemico, bensì il fatto che sia loro che noi continuiamo a bombardare il pianeta con tutte le cose che ci stanno portando alla catastrofe. Invece dovremmo tutti considerarci in guerra: non “contro il clima”, ma contro le cose che facciamo o subiamo tutti i giorni. Ma per andare in guerra occorre riconvertire in tempi rapidi sia la produzione che il nostro stile di vita, dotandoci da subito delle armi necessarie a combatterla e vincerla. Lo avevano fatto in tempi strettissimi tutte le potenze impegnate nella Seconda Guerra Mondiale. Lo si può e deve fare anche adesso, con una mobilitazione generale.

In mezzo a tante cose giuste Greta fa un errore, più volte ripreso dai suoi giovani seguaci: “I politici sanno che cosa bisogna fare, ma non lo fanno”. Non è vero: i politici non sanno assolutamente che cosa fare, non ci hanno mai veramente pensato (pensano ad altro, al PIL, alla crescita, alle grandi opere e ai grandi eventi, al loro elettorato, alle tangenti) perché i problemi da affrontare sono troppo grandi per loro. Per questo preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia...

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